Rugbystories: le storie del rugby

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loverthetop_86
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Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 12 dic 2011, 18:28

Ciao a tutti!
Un po' di tempo fa avevo scritto in questo forum che era nato un nuovo sito riguardante questo meraviglioso sport.
Noi gestori ci siamo dati un traguardo ambizioso ma stimolante: cercare di raccontare il rugby non solo attraverso le notizie più aggiornate, ma anche attraverso storie, momenti particolari visti con la lente d'ingrandimento. In due parole, storia e storie del rugby.

Vi lascio una storia da leggere, sperando Vi appassioni e Vi faccia venir voglia di dare un'occhiata al nostro sito. Siamo all'inizio, la squadra è giovane, e crediamo in una parola a noi molto cara: SOSTEGNO.

A voi: Il duello. Buona lettura!
PS: vi lascio i link che portano al sito (questo racconto lo trovate nella sezione "Storie") e alla pagina Facebook. Se avete qualche critica da fare scrivete pure! :)

www.rugbystories.it
https://www.facebook.com/#!/pages/Rugby ... 7183144364

Il duello. La sfida del calciatore ai pali della porta, una vecchia storia.

Come ho detto altre volte, il mio non è stato un passato “militante” nel rugby. Cioè, io non ci ho mai giocato, mi ci sono avvicinato solo dopo aver visto qualche partita. Io ho un passato di calciatore, niente di che s’intende, ma mi piaceva troppo, da giocatore delle giovanili di una squadra di Terza Categoria, guardare le partite dalla panchina (perchè se veniva convocato un bocia, se non era un fenomeno, tante volte era per non fargli pagare il biglietto e basta) e respirare l’atmosfera di una domenica pomeriggio autunnale, tra foglie secche fuori dal campo di periferia, col cielo plumbeo ma non piovoso e vedere dei giocatori che davano tutto, anche l’anima, e uscire sudati, sporchi di fango e con l’occhio vitreo dalla fatica, ma consci di aver buttato nell’arena anche l’ultima stilla di energia.
Purtroppo, come tutti sappiamo, l’idea di calcio che passa davanti ai nostri occhi in questi ultimi tempi mi ha fatto capire che il grande amore platonico e romantico (nel senso dell’idea romantica di qualche secolo fa) per il pallone rotondo stava finendo: il calciatore guerriero (di cui restano pochi esemplari) ha cominciato a lasciar spazio al calciatore moderno, tutto urla e urletti al primo contatto e che parla di sè in terza persona ai giornalisti..vorrei presentare io a loro qualche bel centrale di periferia, per vedere se urlano ancora poi..
Battute a parte, qualche tempo dopo sono stato fulminato dal rugby, che in gran parte riproponeva quelle immagini che mi avevano fatto sbandare per il calcio fino ai 15 anni: giocatori fasciati, bendati, rotti, in campo come i guerrieri di un tempo alla ricerca della meta, del loro traguardo personale, nonostante la squadra fosse sotto di 40 punti, anche se ad altri occhi fare o non fare punti non avrebbe cambiato nulla negli equilibri del match. Sì, questo era lo sport “per me”, anche se il ginocchio non mi avrebbe permesso di fare nient’altro che qualche passaggio al parco o al campetto.
Dopo qualche partita di “apprendistato” (ve l’ho già detto, son difficili le regole!), ho cominciato a soffermarmi su un’immagine molto ricorrente, ma che mi colpiva moltissimo, e che per un ex calciatore risulta stridente: mi sorprendeva il momento del calcio, punizione o trasformazione poco importava, il duello tra un calciatore e una grande H. Per un tifoso avvezzo al pallone rotondo e a quel rituale chiamato calcio di rigore, un calcio di punizione nel rugby sembra una cagata pazzesca: non hai un portiere davanti e non hai nessun arbitro che ti sollecita a tirare. Ma è poi vero che è più facile? Secondo me proprio no, ragazzi, no di certo.

Che non sia facile lo si capisce dall’inquadratura televisiva del calciatore prima del gesto: non è come nel calcio in cui molti giocatori guardano solo il pallone per evitare l’ipnosi del portiere, qui il tuo obiettivo lo guardi molto volentieri, lì devi mirare e lì deve arrivare l’ovale. Ma qui allora mi chiedo, è più facile affrontare un altro uomo, come nel calcio (il portiere) o affrontare te stesso, le tue paure, e un angolo di cielo da prendere a pallate? Secondo me è una domanda affascinante, ma sono convinto che il calcio nel rugby non sia proprio così semplice e immediato.
Altra cosa che salta all’occhio: lo sguardo del rugbista verso i pali non è pervaso solo dalla concentrazione, ci puoi vedere varie cose, se sei bravo ci vedi anche tutto il film della partita in corso. Lo vedi se la sua squadra sta lottando per rimanere aggrappata disperatamente al match come un alpinista alla sua bombola o se il suo piede è solo il tocco conclusivo all’opera d’arte confezionata dalla squadra. E poi ci sono tutte le gestualità proprie di ogni calciatore che si rispetti: avete presente Wilkinson? Non ho mai capito se quelle braccia possano essere una preghiera affinchè qualcuno di altolocato lo aiuti o una dichiarazione d’intenti (come se brandisse una spada, più o meno), ma secondo me lo rendono più vicino all’immagine di un guerriero colto nel momento precedente allo scontro decisivo: concentrato, braccia e gambe già pronte all’impatto e “occhio della tigre”. Via. Centrati i pali.
A me piaceva tantissimo il rituale di un giocatore troppe volte dimenticato dalla Nazionale Azzurra, ossia il bellunese Corrado Pilat. Un po’ chino sul pallone, ma non come sir Johnny, il suo sguardo sembrava tracciare da solo la traiettoria della palla e si spostava dal basso verso l’alto. Al suo piede, come una penna su un foglio lucido, bastava ricalcare la traccia segnata dagli occhi per centrare i pali in modo perentorio. Nemmeno i laser a volte sono così precisi e inesorabili. Ma come abbiamo visto, di precisione e freddezza di automi qui non c’è (quasi) traccia, nel duello coi pali c’è spazio solo per l’ennesima lotta dell’uomo contro l’essere di cui ha più paura: se stesso.
anonimapiloni.wordpress.com

Ulisse Trevisin: 110 e lode. Chili di ignoranza. L'unico in grado di competere con la stazza degli avversari. Detto anche "chi ga vinto?" perchè a un certo punto verso metà secondo tempo, lui va in ansia ed inizia a chiedere:"chi ga vinto? chi ga vinto?". "Noi altri Trevisin ma gioca che non è finita." Vuole essere rassicurato sennò smette. È un incrocio tra un mulo alpino, un bue da tiro e un trattore Landini testa calda. Parti, lo metti in moto e ha questa velocità massima; ma ha una capacità di traino di 6 quintali di avversari vivi e resistenti. Dove passa Attila non cresce più erba, dove passa Trevisin se pol seminare basta che sia stagione!

loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 14 dic 2011, 18:52

Altro piccolo assaggio..:)

Wilkinson, ciao alla Nazionale

Arriva il fischio finale, tutti sotto la doccia. No, non è finita una semplice partita
Ieri è finita quasi un’era nel rugby. Johnny Wilkinson ha detto basta rugby, perlomeno in Nazionale.
Ragazzi, è dura da dire e da accettare questa cosa. Per chi non ha seguito molto il rugby e non sa chi sia sir Johnny (forse qualcuno sperduto nel mondo c’è) faccio un esempio: io mi sono sentito come il giorno in cui Roberto Baggio appese le scarpette al chiodo dopo una partita a San Siro: svuotato di qualcosa di grande, consapevole che mancherà qualcosa di grosso nel mondo del rugby a partire da oggi.
“Annuncio il mio ritiro dal rugby internazionale. Lo faccio con grande dispiacere, ma so che sono stato veramente fortunato a vivere l’esperienza nella nazionale inglese di rugby – la dichiarazione commossa di Sir Wilko -. Non avrei mai creduto di essere capace di dire basta a questo sogno che mi ha fatto vivere, respirare, amare e abbracciare il gioco del rugby fin da quando ho memoria. Giocare, rappresentare la mia nazione, dare tutto me stesso e mai mollare ha significato tutto per me. Sono convinto di poter dare ancora molto al rugby, ma sono anche convinto che sia giunto il momento che lasci spazio ad altri nella squadra inglese, affinché si godano gli onori e le soddisfazioni che ho vissuto per 15 anni”.
Il suo modo di ritirarsi, a prima vista, colpisce. “Ma come”, diremmo in tanti, “così, dopo mesi dall’ultima partita?”. Si. Wilko avrebbe potuto, dall’alto della sua fama e del suo essere fenomeno, far organizzare un match tutto per sé, magari anche a scopo benefico, ma con l’obiettivo ulteriore di far vedere al mondo il suo passo d’addio alla Nazionale della Rosa. E invece no, perché lo contraddistingue una umiltà fuori dal comune che lo ha spinto riflettere lontano dai riflettori sul suo futuro in bianco dopo lo sfortunato Mondiale australiano.
E qui può partire il ricordo di una apertura che ha bruciato le tappe: il debutto a 19 anni, un Mondiale conquistato a 24 anni da leader indiscusso della cosiddetta “Nazionale dei padri” (una delle più vecchie Nazionali inglesi che si ricordi) e 1246 punti segnati, di cui tutti ne ricordiamo 3 in particolare: quelli del drop del 2003 che ha portato la Webb Ellis Cup oltre Manica. Ma Johnny non è stato solo un gran calciatore, si sbaglia a ricordarlo solo come il kicker infallibile: attacca la linea come nessuno al mondo e placca come un indemoniato sebbene la spalla sia stato il suo avversario più ostico in carriera (quanti anni persi, quanto tempo in cliniche a curarsi!). Un esempio per tutti: il placcaggio mostruoso su Andrea Masi nell’ultima azione a Twickenham quest’anno, sul punteggio di 59-13. Un placcaggio durissimo, pericoloso per la sua spalla (non certo falloso), ma il sacrificio per la sua Nazionale ha prevalso sull’istinto di conservazione.
Ciao Wilko, ci godremo i tuoi ultimi anni col Tolone e sarai nel cuore di tanti. E sulle spalle di tutti quelli che indosseranno quel numero 10 (bel problema adesso per gli inglesi: Flood delude, Farrell al momento gioca centro e Ford addirittura non gioca..), una maglietta come tante ma con una bella carica di responsabilità in più d’ora in poi. Basti pensare a cosa disse Vittorio Munari un giorno:
“Se a Buckingham Palace vengono a sapere che Wilkinson ha un raffreddore mettono subito le bandiere a mezz’asta.”.
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loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 27 dic 2011, 18:17

Regalo di Natale un po' in ritardo..buona lettura! :)

Ciao a tutti! Purtroppo Natale è già passato, ma oggi ho voglia di farvi un regalo lo stesso. Ho pensato di farvi rivivere il 12 marzo di quest'anno. Se non sapete cos'è successo quel giorno, forse questo blog non è il posto giusto per voi o forse avete bisogno di una buona dose di fosforo per la memoria. (si scherza, chiaro!). Per chi non se lo ricorda quel sabato l'Italia batte la Francia nella quarta giornata del 6 Nazioni e riscrive la storia del rugby azzurro contemporaneo. Per me fu ancora più grande la gioia, visto che due giorni prima mi ero laureato col massimo dei voti..Per questo vi voglio raccontare quel weekend più unico che raro, spero vi possa piacere.

Quando c'è il 6 Nazioni di solito il mio weekend, con buona pace di lavori vari e studio, inizia il mercoledì. Con questo non voglio dire che stacco tutto e non mi muovo da casa, significa solo che nella mente ho solo un pensiero, un pensiero lungo 80 minuti. Ecco, la settimana che precedeva il match con la Francia non poteva essere così per me. Non doveva. Giovedì avevo la discussione della mia tesi, e senza uno straccio di discorso preparato non potevo certo dedicarmi a qualcosa di diverso. Sta di fatto che in quel giovedì, dopo le classiche botte al laureato (se non sapete cosa sono fatevi invitare a una laurea in Veneto!) mi arrivò un messaggio. "Mallett la da persa, 6 cambi con tutte riserve..c'è anche Orquera!". Accendo il PC e noto che effettivamente i titolari sono diversi da quelli schierati contro il Galles. Masi estremo, Orquera apertura, Festuccia tallonatore. Primo pensiero: si va al massacro! Poi, non appena qualche neurone cominciò a funzionare ricordai una cosa: i nuovi innesti avevano una caratteristica in comune, tutti giocavano nel Top 14 francese. E allora erano due le cose: o Mallett cerca quella che a Oxford chiamano "botta di c***" affidandosi a chi il rugby francese lo mastica un pochino o cerca di risparmiare le forze per il match di Murrayfield con la Scozia. Quale delle due?

Arriva il sabato e chiaramente la mia preparazione al match assomiglia a quella di Fantozzi: isolamento completo dal mondo o quasi, birra e casa libera in caso di sfogo liberatorio, sia esso composto da bestemmioni o da urla di gioia disarticolate e tendenti alla demenza. Vai, si comincia!

E quando vedi Masi estremo capisci subito una cosa: oggi serve la chiavetta per l'autoscontro, la palla la teniamo noi. Niente calci, possesso e avanzamento. La tattica funziona, Semenzato gira a mille, Parisse e Masi sono furie nei primi minuti, e i francesi ci capiscono poco o nulla. Però purtroppo esageriamo e ci esponiamo ai loro contrattacchi. No, concedere ai galletti il gioco rotto è una follia e Clerc ci punisce bruciando Canale. Ora i francesi cercano di stanarci e cominciano un assedio che porterà solo altri tre punti con Parra. La diga tiene, e da lì si riparte. Canale trova la breccia e imbarazza Rougerie, Bergamasco aggiunge altri tre punti e ci riporta sotto. Rischiamo però, abbiamo momenti di black-out che quasi ci costano una meta: Parisse è costretto a rifugiarsi in area di meta e concedere una mischia ai francesi. E lì ci risvegliamo, li cacciamo indietro e ci prendiamo anche il fallo. Finisce il primo tempo sull'8-6 per loro, con i francesi che buttano fuori la palla, buon segno per noi.

All'inizio del secondo tempo diamo una lezione di difesa ai francesi: li prendiamo alla gola sulla nostra linea dei 10 metri e da lì riescono solo a retrocedere, non riescono più nemmeno a respirare e cominciano a chiedersi se erano quelle le famose "Vacanze Romane" che i loro quotidiani prevedevano. Riescono a mettere 3 punti in carniere dopo un nostro tenuto a terra che mina le nostre sicurezze, ed è lì che ci facciamo male: Parisse esaspera una salita e Trinh-Duc trova il buco per Parra in mezzo ai pali. "This is the end" dei Doors risuona nella mia testa, e non vorrei mai fosse la colonna sonora dei 15 giganti in campo. Giganti, sì, tutti, compreso Orquera, ricoperto di insulti e sberleffi dopo il match di Twickenham e che oggi sta facendo il diavolo a quattro davanti ai mediani francesi e con un Chabal (non il miglior Chabal) alle calcagna.

Per fortuna mia non lo è nelle teste dei giocatori c'è tutta un'altra musica. Si riparte, cattivi, incarogniti, con l'elmetto giù; e guadagniamo subito un calcio . Purtroppo Mirco colpisce una zolla e la palla si pianta. E non sembra la giornata giusta nemmeno quando sfiora i pali con un'altra punizione. In altri tempi altre Nazionali avrebbero sbracato, avrebbero concesso altre 3 mete e fine della conversazione. No, basta, l'eco delle sconfitte per mano dei galletti non porta più sommesse lacrime, è tempo di giocarsela tutta!

La terza linea sale in cattedra e Semenzato sprona i suoi uomini a dovere. E' Masi, vero guerriero in campo, tutto corse e testate contro il muro, ad andare oltre, e non è il lieto fine. Bergamasco mette altri 2 calci, inframezzati da uno di Parra, si va sul 21-19 per loro.

L'azione ristagna a metà campo. La palla arriva al neoentrato Burton, meno peperino di Orquera ma con un piede tattico più performante. Pallone a incrociare, rimbalzo e fuori giusto giusto nei 22, con Huget che ci mette anche la manina, touche nostra! Il Flaminio trema, la folla si fa sentire tutta. Semenzato sfrutta un fallo francese e manda Bergamirco a calciare tra i pali. Io sto tremando a casa, la mia gamba destra sente tutto il fremito del momento, fortuna che non tocca a me calciare. La palla entra, vantaggio nostro a 5 minuti dal termine!

E adesso bisogna guardare anche il centesimo: avanziamo a picconate, cerchiamo di nascondere la palla, intanto il pubblico canta "Fratelli d'Italia", storicamente non sarà "Swing low Sweet Chariot", ma l'effetto è quello. A 10 secondi è mischia per loro fuori dai nostri 22. Resistiamo con tutto, anche con i nervi, l'arbitro per una volta ci grazia e fischia la fine. Fermali tu 15 buoi impazziti che esultano, se puoi. Fermalo un ct che ha ricevuto più critiche di Berlusconi in 17 anni e che piange con la giornalista che gli asciuga le lacrime. Fermate un pubblico che canta "Ma il cielo è sempre più blu" (pazienza il significato della canzone, per oggi va bene così). E fermatemi dal non piangere in salotto, col divano rigato di lacrime di commozione e gioia.

Volete sapere la prima cosa fatta lunedì 14 marzo? Ho preso il cd di Rino Gaetano..

Buone feste a tutti!

http://www.rugbystories.it/storia/ma-il ... u-azzurro/
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loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 5 gen 2012, 0:16

Ciao a tutti!

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Grazie!
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loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 5 gen 2012, 14:31

4 gennaio 1997: l’inizio dell’Europa italiana.
Ieri 4 gennaio era l'anniversario del match che di fatto ci ha spalancato le porte dell'Europa prima di Grenoble. Riviviamola in poche righe.

Se parli a un amico o a un conoscente dell’anno 1997 potrebbe dire tante cose: muore Lady D, muore Versace, c’è l’aviaria..tutte cose allegre insomma! Dai, è stato l’anno anche del Premio Nobel di Dario Fo, dell’ascesa di Clinton e Blair (ok, Clinton al secondo mandato, ma pur sempre una vittoria) e dello scudetto alla Juventus.
In pochi però sanno che il 1997 è stato l’anno decisivo per la Nazionale Italiana di rugby, l’anno in cui stupimmo il mondo e battemmo un colpo forte, fortissimo (quasi come una penetrazione di Dewet Barry) all’Europa del rugby che conta. Ecco, quei pochi che però ricordano qualcosa degli avvenimenti rugbistici parleranno subito di Grenoble, dell’impresa più grande della nostra storia e della rivincita di Georges Coste, francese venuto ad allenare in Italia e sbeffeggiato alla frontiera dai doganieri, convinti di un inutile viaggio al massacro azzurro. Ecco, bravi, ve lo ricordate, ma l’impresa azzurra non può limitarsi a quel match. Il 4 gennaio a Lansdowne Road l’Italia compie un altro piccolo miracolo, sconfiggendo i padroni di casa dopo un match coraggioso e combattuto in un clima da tregenda.
Andiamo con ordine, però. Italia e Irlanda si sfidano il 4 gennaio per preparare due tornei diversi: i verdi sono in piena preparazione in vista del 5 Nazioni, l’Italia vede alle porte la possibilità di conquistare la coppa FIRA il 22 marzo, giorno della finale di Grenoble con la Francia. Il clima al di là della Manica non aiuta certo chi vuole cimentarsi in una competizione sportiva: un test con il Galles viene annullato e così il match di Dublino diventa quasi un test da dentro o fuori, capace di sancire il fallimento o il trionfo di una spedizione azzurra piena di speranza e di voglia di stupire.
Il 4 gennaio è una serata piovosa e fredda, non l’ideale per una partita dicevamo, ma in grado di trasformare una possibile vittoria in qualcosa di epico, qualcosa da tramandare a nipoti e parenti vari. L’Italia si presenta in campo senza il vero genio, il mai dimenticato Ivan Francescato, e senza il capitano per eccellenza, Massimo Giovanelli, frenato da un infortunio alle costole e in collegamento telefonico dalla “sua” Tolosa.
Il match inizia e l’arbitro Davies fa capire subito come gireranno le cose: se gli azzurri vorranno vincere il match, dovranno sudare più del dovuto e non sgarrare in ruck. L’apertura Bourke ringrazia e porta avanti i suoi. Dominguez fallisce un piazzato da 55 metri, ma poi si ripaga lanciando a tutta velocità il ventunenne Stoica nello spazio: sventagliata al largo e Vaccari fa il buco all’ala. Paolino si dimostra uno dei giocatori più in forma del momento e riesce a schiacciare in mezzo ai pali. Si va su 7-3, ma Bourke ricuce con un altro piazzato.
Non serve molto per vedere l’ulteriore reazione azzurra: da touche conquistata da Croci nei 22 irlandesi si procede a picconate, erodiamo il terreno e Massimo Cuttitta schiaccia col pallone nel marsupio. Se ci pensiamo ora che allora si segnavano due mete in mezz’ora all’Irlanda in casa sua un po’ di nostalgia sale, è normale. Dominguez piazza anche il 17-9, poi Davies da una manina ai padroni di casa e piazza 3 calci consecutivi per il 18-17 che chiude il primo tempo.
Nel secondo tempo ci si aspetta la fine dei sogni di gloria azzurri, secondo tanti non abituati a reggere questi ritmi per troppo tempo. Invece avanziamo ancora, in ruck ci facciamo rispettare e teniamo in scacco gente come Foley, Wood e McIvor. Passiamo in vantaggio con un altro piazzato di Dominguez, al quale però risponde ancora Bourke.
Passa qualche minuto e c’è la svolta: calcio di Bourke in profondità, sulla quale arrivano Pertile e Vaccari, che però non si intendono tra loro e lasciano campo e palla al centro Bell che fugge in meta. I titoli di coda sono lì, inevitabili. Non servirebbe poi molto a farli partire una volta per tutte. Non sarebbe poi male portare a casa una sconfitta onorevole dallo stadio con la metropolitana sotto e con le tribune in legno a ricordarti che saranno sempre lì ad aspettare una tua sconfitta.
Peccato che 15 titani (come titolerà la Gazzetta il giorno dopo) non ci stiano a perdere. Gardner suona la carica, Troncon si prende sulle spalle l’intera mischia e porta i suoi a giocare nei 22 irlandesi. E in tutto questo Paolo Vaccari ci mette ancora la firma con un’altra meta. Dominguez trasforma e a 10 dal termine siamo ancora avanti, anche se di un solo punto (30-29). Ti aspetti la furente reazione verde, fatta però solo di frenesia e di errori. Gli azzurri tengono duro con lucidità, anzi, ricacciano indietro a suon di pedate i padroni di casa. E all’ultima azione arriva la vera consacrazione degli eroi: gli irlandesi hanno l’ultima occasione di salvare la faccia. Già, per loro perdere con una Nazionale fatta di sedicenti parvenus è prima di tutto sinonimo di onta e vergogna. Peccato che commettano un errore pacchiano: la palla, al limite dell’area, viene persa da un irlandese e Bordon è un gatto a ributtarla indietro. Buttiamo fuori la palla? Macché: la palla passa per Mazzuccato e Orlandi che con un sottomano meraviglioso per lucidità e precisione serve Dominguez che va in bandiera: chi se non lui poteva chiudere il match, lui che ci aveva tenuto in linea di galleggiamento? Viene sollevato da terra e portato in trionfo, lui e i suoi 22 punti, mentre uomini col barbone e lo sguardo truce (leggi: Cristofoletto) sembrano bambini sotto l’albero di Natale. Vittorio Munari, che commentava il match per la televisione, grida “è finita!”. Ed è davvero finita, è finita la tempesta. E il bravo ammiraglio Coste ci porta fuori dalla tempesta, verso lidi migliori.
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loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 15 gen 2012, 18:14

http://www.rugbystories.it/storia/il-dr ... %e2%80%9d/

IL DROP DI MARCATO E ROMA CHE TORNA “CITTA’ ETERNA”

9 Marzo 2008, sabato mattina, ore 4. Suona la sveglia in camera mia, ma per una volta tanto non mi lamento troppo di università, lavoro o Trenitalia, leit-motiv di uno dei tanti studenti lavoratori in Italia. No, almeno oggi no. E’ il giorno di Italia-Scozia del 6 Nazioni, mi metto subito in piedi per il caffè. Saluto mia mamma e me ne vado a prendere il treno che mi porta a Venezia, dove poi effettuerò il cambio per salire sul primo Eurostar per Roma. Il regionale per Venezia è irrealmente vuoto, ma non ci vuole molto a capire perché: è comunque sabato mattina, gli universitari e i soliti pendolari dormono nelle loro case e chi popola il treno vive una sorta di coma vigile, non si può dire che ci siano molte persone sveglie.
La situazione cambia a Venezia, al binario in attesa per l’Eurostar: la stazione semiaddormentata è trascorsa da un brivido multicolore, vivo, vispo, un brivido pronto a diventare scossa non appena il treno apre le sue porte per la solita corsa al posto migliore. Bastano 10 minuti in treno e si assiste a una sorta di presentazione globale tra i viaggiatori: chi si toglie il giubbetto, chi mette la maglia apposta per l’occasione. Denominatore comune: chiunque aveva qualcosa addosso che riguardava il rugby, dalla spilletta minuscola sul cuore, alla maglietta griffata e ufficiale appena presa dai nuovi adepti alla maglia del vecchio club, rigorosamente a righe orizzontali e di lana pruriginosa, quasi una vera fucina di tante ali “elettriche” negli anni ’60 e ’70. Ve la faccio breve, a scapito di tanti gustosi aneddoti: arriviamo a Roma 5 ore dopo, tra panini al salame e ombre rosse (che non è il film di Orson Welles in questo caso..). Dopo il viaggio in navetta e una specie di pranzo si va al Flaminio. E, per una volta che ci vado, mi metto in curva. Vuoi mettere l’ebbrezza di vedere qualche calcio finire vicino a te?
L’Italia cerca furiosamente la vittoria oggi: il primo 6 Nazioni con Nick Mallett alla guida l’ha rivelata come una grande incompiuta: togliendo il secondo tempo sciagurato di Cardiff siamo sempre stati col fiato sul collo delle avversarie, arenandoci davanti a giornate storte dei calciatori (contro l’Irlanda) o contro 10 minuti iniziali fatali (contro l’Inghilterra). Oggi no, non si può sbagliare contro gli scozzesi, forti e “carogne” finchè vuoi, ma a Roma sempre in grossa difficoltà.
La partita inizia e l’Italia fa subito vedere il suo meglio: avanzamento alla mano costante (Masi all’apertura è una mano santa) e mischia schiacciante. E infatti basta poco per guadagnare un piazzato, che purtroppo Marcato stringe troppo. Ma ci prendiamo la rivincita qualche minuto dopo: meta tecnica, dopo nemmeno 20 minuti! In curva (eravamo dalla parte opposta) comprendiamo che può essere la giornata giusta. Peccato che i 15 in campo non lo capiscano appieno, e prima della fine del tempo ci bucano 2 volte per il 10-17 scozzese. Il calore da noi non manca, peccato vedere una squadra nemmeno scarsa, solo un po’ distratta e disattenta (ci dimentichiamo della seconda linea di difesa nella seconda meta).
L’inizio del secondo tempo è frustrante: proviamo ad attaccare, ma Masi non è più così lucido e perdiamo troppi palloni: Parks e Paterson ringraziano. Non è mai semplice mettere una grancassa a dirigere l’orchestra, anche se ce la mette tutta. Mallett lo capisce e sposta Marcato a 10. La partita gira, anche se non proprio grazie a questo cambio: è Parisse a intercettare un passaggio criminale di Parks e a involarsi. Poi con una bislunga serve Canale, che si riprende dai due in avanti clamorosi contro Galles e Francia (il muro colpito da Mallett forse trema ancora). Non preoccupiamoci dello stile e del gioco, siamo pari, e finalmente ho visto una meta azzurra sotto la “mia” curva.
La partita gira, siamo pervasi di una forza nervosa indomabile, forse un po’ di merito ce l’abbiamo anche noi (che raucedine gente!) e Marcato ci manda avanti con un calcio, manca un quarto d’ora. Siamo in gara, e ci rimaniamo anche quando Paterson pareggia ancora sul 20-20. E’ quel momento in cui ogni azione, ogni minimo centimetro guadagnato può voler dire gloria o oblio. E al 79’ siamo nei loro 22. Sono sotto di noi. Un veneziano sopra di me urla “El prova el drop, el prova el drop”, ma un altro tifoso fa notare “Non c’è vantaggio”. Travagli sembra ascoltarlo e fa un passetto all’interno, poi schinca velocemente e apre per Marcato, schierato a 0 e calcia il drop. Lungo brivido sulla schiena, il pallone è un po’ “sbananato” ma entra tra i pali. Io scoppio in lacrime (e le trattengo a stento ancora dopo 3 anni e passa), il boato è qualcosa di assordante ma al tempo stesso accogliente, non vorresti più andar via di lì. Travagli mette fuori la palla, finisce lì. Piangono tutti, piango io e piange anche Mallett: e chi se ne andava più dalla città eterna?
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Ulisse Trevisin: 110 e lode. Chili di ignoranza. L'unico in grado di competere con la stazza degli avversari. Detto anche "chi ga vinto?" perchè a un certo punto verso metà secondo tempo, lui va in ansia ed inizia a chiedere:"chi ga vinto? chi ga vinto?". "Noi altri Trevisin ma gioca che non è finita." Vuole essere rassicurato sennò smette. È un incrocio tra un mulo alpino, un bue da tiro e un trattore Landini testa calda. Parti, lo metti in moto e ha questa velocità massima; ma ha una capacità di traino di 6 quintali di avversari vivi e resistenti. Dove passa Attila non cresce più erba, dove passa Trevisin se pol seminare basta che sia stagione!

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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 25 gen 2012, 18:40

100 metri in 38 secondi. L'azione che cambiò per sempre la storia del rugby azzurro.

Uno dei più grandi scrittori tedeschi del ventesimo secolo, Heinrich Boll, ha scritto in un suo libro (“Opinioni di un clown”, per chi interessa)che la vita, per gli artisti e i sognatori, è una successione di attimi. Che cos’è un attimo, un istante, un barlume di secondo al cospetto di una vita intera? Nulla, una goccia nell’oceano forse. Ma è proprio da questa infinitesima parte di esistenza che parte la spinta per cambiare il corso degli eventi, il più delle volte.
Oggi non voglio perciò parlare di una partita, sarebbe troppo per quel che mi vorrei prefiggere. Parlerò di un minuto di partita, non tanto forse, ma si tratta di quella piccola unità in grado di cambiare gli eventi per tanto tempo. non ci credete?
22 marzo 1997, Grenoble. All’inizio del secondo tempo l’Italia sta vincedo a sorpresa contro la Francia per 20-13 nella finale di Coppa FIRA. Sembra qualcosa di incredibile, anche perché questa volta i francesi guidati dall’ex ct Pierre Villepreux sono “quelli veri”, sono i giocatori che hanno vinto il Cinque Nazioni nel 1996, e già questo sembra un passo avanti rispetto alle selezioni di giovani e/o vecchie volpi che ci affrontavano di solito naturalmente senza concederci il cap. E invece no, perché non solo li stiamo battendo, li stiamo limitando, li placchiamo “con lo champagne in gola” come diceva il capitano, Massimo Giovanelli.
Poi però inizia il secondo tempo e sembra di rivivere lo spettro di altre incompiute, tipo le sconfitte con Springboks e Wallabies: al 12? Bondouy va in meta in prima fase dopo una touche, e al 16? il mediano di mischia Accoceberry calcia malignamente dietro la nostra difesa. La palla resta in campo. Vaccari, schierato all’ala, prova ad afferrare quel pallone dal rimbalzo dispettoso. Gli sfugge una, due volte, rischia l’avanti. Per di più si trova tre bruti francesi pronti a portarlo in questura. Sembra il momento dei titoli di coda, ma all’improvviso ecco la scintilla che cambia tutto. Vaccari, forse disobbedendo ai principi naturali, afferra il pallone e con una veronica lascia sul posto i tre avversari, poi serve all’interno Mazzariol invece di calciare via il pericolo. Per dirla tutta, io mi sarei svitato il malleolo con una pedata pur di non vedere i francesi in quella zona. Lui no, e il pallone finisce a Mazzariol che sfonda insieme a Croci. Palla a Troncon, ferito sanguinante nel primo tempo, che apre a Dominguez. La difesa francese monta all’esterno, peccato che Diego serva all’interno ancora Vaccari che guadagna altri 5-6 metri, siamo fuori dai 22. Poi è Bordon a vedere Pertile all’esterno e a servirlo, lo placcano in due, e siamo sui 10 metri. La difesa francese arranca e Dominguez se ne accorge: salta il centro e palla a Vaccari che si beve letteralmente quel che resta della linea francese e serve all’interno Marcello Cuttitta, che viene subito placcato disperatamente dai galletti, ma riesce a servire Troncon con un offload da manuale. I francesi sono cotti e vedono il mediano azzurro con il pallone in mano contro quattro maglie bianche nell’area dei 22. “La sfanghiamo anche questa volta” pensano, e lo accerchiano quasi. Troncon non aspettava altro, indugia un attimo e sposta il pallone all’esterno dove arriva una maglia azzurra. Chi vi aspettate a questo punto che accorra a prendere il passaggio? Vaccari, l’onnipresente e vera iradiddio in quel periodo? Dominguez, che tra una cosa e l’altra c’è sempre? No, sbagliato. Arriva Giambattista Croci, altissima seconda linea di 32 anni con una chierica che gliene affibbia altri 10, l’uomo a cui meno pensi in un contrattacco alla mano in velocità contro i francesi. Come se in una gara di Moto GP all’ultimo giro fossi in testa e ti trovassi alle tue spalle una Vespa 50 con la freccia fuori, pronta a sorpassarti. E Croci però ha un pregio, è essenziale e fa tutto quello che deve fare: ricevere il pallone e correre quei 10 metri che lo separano dal paradiso. Bondouy prova una francesina, ma è tardi: la palla è schiacciata a terra e l’Italia è di nuovo avanti! Gardner è il primo ad accorrere, poi arrivano gli altri.
100 metri in 38 secondi. Non è un record, non lo sarebbe neppure per me. Ma è la durata dell’attimo, di quel barlume che ci tiene ancora stretti a un sogno, il Sei Nazioni. La partita finirà con un 40-32 che non dice di una meta di Vaccari propiziata da un Gardner in versione asfaltatore, che non dice del piccolo Cuttitta che prende un certo Saint-André e lo trascina fuori dal campo. E che non dice poi molto sull’invasione di campo finale, che molto ricorda il finale di “Fuga per la vittoria”, film con protagonista la coppia più improbabile della storia, Pelé e Sylvester Stallone. C’è una grossa differenza con quella scena del film: nessuno voleva scappare da quel campo intabarrato in vari impermeabili, tutti volevano rimanere lì, ancorati a un sogno. E a 15 anni di distanza il sogno Sei Nazioni è ancora vivo, e lo dobbiamo (anche) a quela meravigliosa scintilla durata 38 secondi.

http://www.rugbystories.it/storia/100-m ... 8-secondi/
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 10 feb 2012, 1:22

L’APPLAUSO DI TWICKENHAM. IL RILANCIO DELL'ITALIA AL SEI NAZIONI 2007 E LA META DI SCANAVACCA DAVANTI AL PUBBLICO PIÙ ESIGENTE.

Anno del Signore 2007, anno che promette evoluzioni per quel che riguarda il rugby italiano: il ct Pierre Berbizier, installatosi alla guida della Nazionale nell’estate del 2005, aveva dato nuovamente vigore a una Nazionale che Kirwan aveva lanciato nel futuro, ma che doveva lottare strenuamente col presente per poter pensare di crescere. Il Sei Nazioni 2006 aveva fatto vedere progressi: gli avversari faticavano di più nel batterci, le partite erano sempre più tirate e combattute. L’apogeo è il pareggio del Millennium Stadium di Cardiff contro il Galles del Grande Slam del 2005. Poi i test match autunnali, la grande prestazione contro l’Australia e la vittoria nella neve di Monza contro le isole Fiji, inframmezzate da una prestazione fatta di luci e ombre contro i Pumas. La risposta però è una: l’Italia cresce e aspetta solo l’occasione buona per far vedere tutto il suo valore.L’occasione giusta sembra essere il debutto del Sei Nazioni 2007, in casa contro la Francia a 10 anni dal grande giorno di Grenoble. Ma i francesi ci asfaltano, finisce 39-3 per loro, con l’Italia asfissiata dal gioco spettacolare e spumeggiante dei Bleus, ma anche incapace di segnare mete, neppure nell’assalto finale accade qualcosa. E la trasferta di Twickenham prevede un futuro grigio come il cielo di Londra che si vede in tanti pomeriggi autunnali.E’ il 10 febbraio 2007. L’accoglienza ce la fa un certo Johnny Wilkinson, che dopo due minuti piazza da metà campo e schioda lo 0 dal tabellino. Sembra di rivedere qualche vecchio match, l’avversario ci lavora ai fianchi e poi ci devasta col passare del tempo: teniamo botta invece, e bene anche. Troncon è dappertutto, ci guida per mano ad esplorare il campo inglese, ma manca sempre qualcosa per completare l’azione. E intanto Wilkinson ci martella ancora, fanno 9-0 e ritirare alla cassa. Si fa male Denis Dallan, che ricade male da una presa alta, sarà la sua ultima apparizione in azzurro prima di dedicarsi ad altro (lo rivedremo cantare l’inno a San Siro nel 2009). Troncon gli rende omaggio, lo bacia sulla fronte e lo accompagna fuori, entra Matteo Pratichetti, 22enne bestione romano, che Troncon prende e incoraggia subito a suo modo.Restiamo in 14, Bortolami vede il giallo e si accomoda fuori. E Robinson marca allo scadere del primo tempo la meta del 14-0. Il secondo tempo sembra fatto apposta perché gli inglesi si scatenino col loro “Swing low Sweet Chariot”, e non sembra ci sia verso di cambiare le sorti di un altro match buttato via da 15 ragazzi intimoriti per l’ennesima volta da uno dei templi del rugby prima ancora che dagli avversari.E invece no: gli azzurri non cedono un metro nel secondo tempo, sono feroci, hanno l’occhio della tigre ben in vista. Gli inglesi riescono a salvarsi in qualche modo, vuoi per qualche frenesia azzurra di troppo, vuoi per episodi, vuoi perché l’arbitro decide di premiare Wilkinson con un altro calcio da metà campo. Twickenham da vero protagonista del match decide che il calcio non è la soluzione adatta per chiudere il match e fischia incessantemente alla decisione di sir Johnny. L’avversario si rispetta anche cercando la meta, soprattutto se sei sopra di 14 punti. Wilkinson centra i pali, e l’Inghilterra torna a difendere.A un quarto d’ora dal temine c’è una touche inglese, ma la maul bianca non avanza, gli italiani quasi la disassano. Allora Ellis, mediano di mischia, decide di togliere il pallone dalla testuggine e lo da a Wilkinson che calcia un up and under altissimo. All’altezza dei nostri 10 metri vola de Marigny e arpiona la palla. Ne segue un raggruppamento sui nostri 10 metri, con Troncon che serve Scanavacca, Siamo in superiorità al largo, e allora la palla passa tra le mani di Mirco Bergamasco e Canale per arrivare a Pratichetti che rientra e ricicla di nuovo all’interno per Bergamasco. Altro offload e palla a Scanavacca, che vola fino ai 22 e serve Sole. Purtroppo Sole ha tanti pregi, ma tra questi non c’è la velocità pura e si fa prendere dai difensori inglesi. Ne nasce un raggruppamento dal quale “fugge” Scanavacca indisturbato e schiaccia in mezzo ai pali. Gli azzurri si abbracciano, Twickenham approva e applaude forte i coraggiosi azzurri. non è un applauso di pura cortesia: chi applaude a Twickenham di rugby ne ha visto in vita sua, sa che la meta azzurra è qualcosa di difficilmente ripetibile.Wilkinson calcia ancora per il 20-7 finale. Ma gli applausi finali sono tinti di azzurro: Troncon è eletto uomo del match (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) e viene portato quasi in trionfo. Sapete com’è, essere acclamati dallo stadio di Twickenham al tramonto della carriera non è da tutti. E, quel che più conta, la prestazione è una vera e propria molla verso il miglior Sei Nazioni della storia azzurra: arrivano le due vittorie con Scozia (in trasferta) e Galles, e la festa finale contro l’Irlanda.Alcuni inglesi però sono ancora rimasti col dubbio: cosa sarebbe successo se Wilkinson fosse stato di azzurro vestito e avesse amato la pizza più del tè alle 5? E allora si capisce che l’applauso non era un solo segno di rispetto e un complimento per gli azzurri, ma quasi la consapevolezza dello scampato pericolo.

http://www.rugbystories.it/storia/lappl ... wickenham/
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 8 mar 2012, 18:17

Millennium Stadium: il suono del silenzio

http://www.rugbystories.it/storia/mille ... -silenzio/

Millennium Stadium. Già il nome è altisonante, ti fa capire che lì dentro non è proprio la stessa cosa giocare, vivere, respirare. Già da vuoto reclama il rispetto che di solito si deve alle grandi cattedrali come la Basilica di San Pietro o Westminster Abbey, figuratevi pieno di 74000 spettatori incitanti la loro Nazionale. E figuratevi il silenzio di questa grandissima “popolazione” al momento fatidico del calcio piazzato.E’ assordante, quel silenzio, ti viene voglia di farci su una preghierina, ma è ancora più assordante quando gli spettatori -molto esperti, quasi si può parlare di palati fini, se non fosse per tutta quella birra ingollata- capiscono che l’avversario può veramente dare del filo da torcere al “loro” Galles.11 marzo 2006, l’Italia scende in campo al Millennium. Sembrerebbe il più scontato e disperato dei testa-coda: da una parte i campioni del 6 Nazioni in carica con tanto di Grande Slam, dall’altra gli ultimi vincitori (se così si può dire) del “White Wash”, il titolo che spetta a chi perde tutti i match del torneo. Ma le cose sono cambiate: il Galles non è più QUEL Galles, tra infortunati vari e gioco non più così performante, e l’Italia, soprattutto, che con Berbizier in panchina ha incominciato a rendere difficile la vita di tutti.Chiedetelo all’Irlanda, costretta al Lansdowne Road a vincere solo con una meta vista solo dall’arbitro, e chiedetelo agli inglesi, sotto dopo 50 minuti al Flaminio. E chiedetelo infine ai francesi, in vera crisi d’identità nel primo tempo a Parigi, impotenti contro la verve azzurra. No, non è un semplice testacoda, anche se l’inizio inganna. Stephen Jones centra subito i pali, tanto per far capire che i gallesi fanno gli onori di casa, poi arriva la meta di Mark Jones, l’ala tante volte oscurata dal suo compagno di reparto Shane Williams. L’Italia è come ingolfata, non sembra poter ripetere le prestazioni grintose delle prime giornate. Fino all’affondo di Mirco Bergamasco, che sarà votato non a caso miglior giocatore del torneo. Bergamirco riceve da Pez e sega letteralmente la linea gallese, ma viene placcato a pochi metri dalla linea. Griffen però apre e il pallone circola nei 22 gallesi fino ad arrivare a Ezio Galon. Il nostro estremo arriva in area di meta e corre ancora. Buttati, schiaccia! Lo fa all’ultimo, con un gallese attaccato alla targa, e il pallone sembra fuori. Fortuna che l’arbitro, grazie al TMO, vede il tocco e ci dà la meta. E’ 8-5, Pez non trasforma.Il Galles però, in casa, sa essere pericoloso anche nelle annate di magra e ci schiaccia indietro. E’ una magia di Stephen Jones a ricacciarci giù, fuori dal break: veronica e meta. Il 15-5 è pesante, ma abbastanza veritiero per quel che si vede in campo. Pez trova la via dei pali, ma il Galles preme, e c’è la paura che i prossimi punti portino alla fuga buona.Allo scadere c’è una mischia gallese nei nostri 22, quasi sulla linea di touche: il debuttante Phillips apre la palla e parte la classica sventagliata dei trequarti. No, un attimo, proprio classica no, visto che i centri sono piatti. Nell’euforia del momento se ne accorge solo una persona, Pablo Canavosio, improvvisata ala azzurra. Capisce tutto Pablito, che corre tra i centri e inganna Luscombe, che nemmeno gli corre dietro dalla frustrazione. Canavosio corre, via, veloce. E tutti i tifosi azzurri pregano qualunque divinità affinché gli permetta di guardare i suoi piedi e poco altro, perché se dovesse guardare la marea rossa delle tribune lo stadio potrebbe mettersi in salita.Corre ancora Canavosio, e capisce che a un certo punto è meglio farla breve la traiettoria. E allora via alla vecchia maniera, in bandiera tutta la vita! E ci arriva, finalmente. Per qualche decimo di secondo è il silenzio ad accompagnare l’esultanza degli azzurri, poi parte un applauso sincero, vibrante, senza confini tra tifoserie. E’ stato più furbo e più lesto, c’è poco da fischiare. Pez trasforma e arriva la fine del primo tempo.Il Galles spera nella spia accesa della riserva azzurra, ma nemmeno la benzina gallese è così tanta. E allora parte una battaglia senza quartiere, sentitissima, coi gallesi che sembrano avercene di più ma che sbagliano sempre l’ultimo passaggio, e da qui capisci che anche loro sono stanchi. Pez ci riporta avanti, Jones ci riprende, prima e dopo è battaglia quasi gladiatoria tra trenta uomini di livello quasi pari e con uguale acido lattico nelle gambe. C’è un fallo gallese all’ultima azione, a metà campo. Pez, azzoppato da un placcaggio, rifiuta il calcio e manda fuori, con l’arbitro che fischia la fine. Il Millennium applaude lo spettacolo e il risultato finale, un 18-18 che fa felici gli azzurri, alla prima “non sconfitta” esterna al Sei Nazioni. E che dice che la via della crescita è aperta anche a noi, usciti indenni dal silenzio del Millennium.
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verdenero
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da verdenero » 9 mar 2012, 3:19

Congratulazioni all'autore o agli autori

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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 9 mar 2012, 17:41

verdenero ha scritto:Congratulazioni all'autore o agli autori
Grazie!
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loverthetop_86
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 22 mar 2012, 17:49

FRANCO BARGELLI, UN PLACCATORE IN “PARADISO”

http://www.rugbystories.it/storia/franc ... -paradiso/

“Una vita da mediano, da uno che si brucia presto” cantava Ligabue qualche anno fa. Ecco, anche se il cantante emiliano non aveva proprio a fuoco il gioco del rugby nella sua giovinezza (fu un discreto terzino nelle serie minori) ha saputo disegnare bene la figura dell’uomo di fatica in un campo, i suoi dolori e le sue frustrazioni di partecipare alle azioni salienti ma di non lasciare mai o quasi mai un segno tangibile all’ora dei fatti (leggasi: tabellino dei marcatori). Ma il mediano, nel calcio, in fondo non è solo colui che lascia agli altri l’onore e l’onere di segnare, è anche quello che si smazza per tutti facendo il cosiddetto “lavoro oscuro” senza isterismi da protagonista. Volete un esempio concreto? Dan Lydiate, numero 6 del Galles e miglior uomo dell’ultimo Sei Nazioni. Un lavoro sporco enorme, una prestazione gigantesca a dir poco contro la Francia, il premio di Mvp del torneo difficilmente poteva andare ad altri.
E in casa Italia? Oggi vorrei parlarvi di un giocatore forse non notissimo ai più, ma che ha contribuito ai tempi a portar lustro alla maglia azzurra che bene o male portiamo tutti nel cuore. Vorrei parlare di Franco Bargelli, terza linea frascatana, classe 1954, un giocatore che il suo segno, nonostante un grosso infortunio che poi lo ha limitato nel resto della sua carriera, l’ha comunque lasciato in azzurro. Il segno di un flanker fisicamente non dotatissimo da Madre Natura (1 metro e 75 centimetri la sua altezza), ma dotato di una grinta e di un cuore che più volte lo hanno portato oltre l’ostacolo fisico. A volte anche troppo, viste le battaglie non solo ovali accese contro gli avversari.
E’ Roy Bish, ct gallese della Nazionale Italiana, ad accorgersi di questo ferocissimo flanker di Frascati e a convocarlo nel 1975 (a soli 21 anni) per un test match in Romania contro la Nazionale locale. Ora, per chi non lo dovesse sapere, la nazionale romena fino agli anni 80? era capace di battere anche la Francia, figurarsi una squadra più arretrata come la nostra! Ma a Bucarest strappiamo un pareggio di proporzioni storiche, grande viatico per quegli anni di evoluzione della nostra palla ovale.Peccato che Franco non ci sia: un suo battibecco troppo sopra le righe col ct gallese gli era costato la cacciata a casa a sbollire il suo ardore nella macelleria di famiglia. In fondo, si sa, il carattere dei frascatani non è che sia proprio dei più accomodanti, ma quella volta qualche parola di troppo gli precluse una grande occasione per mettersi in mostra.
Nel 1976 lasciò per due anni la casacca del Frascati per accasarsi a Reggio Calabria, in serie A, ma nel 1978 ritornò a casa, e insieme alla maglia giallorossa tanto amata tornò a bussare alla sua porta anche quella azzurra: il nuovo ct Pierre Villepreux, francese, lo voleva fortemente in campo. Un giocatore con quelle qualità di resistenza e corsa a tutto campo come faceva a lasciarlo a casa?Franco debuttò in azzurro nel 1979 a Brescia contro l’Inghilterra under 23. Sono gli anni in cui le Nazionali britanniche non schierano contro di noi la loro miglior formazione, vuoi per spocchia o vuoi per semplice paura di non infortunare i pezzi pregiati. Finisce 6-6 contro una Nazionale inglese che a centro schierava anche un certo Clive Woodward. Franco inanella 14 presenze in azzurro segnando 8 punti, frutto di due mete, un bel premio, ma poco o nulla rispetto a quel che riceve a Rovigo dopo il match contro la selezione dei New Zealand XV, nome fittizio dietro ai quali si nascondeva la felce argentata degli All Blacks. Alla fine di un match a sorpresa tiratissimo e vibrante è Graham Mourie, capitano e leggendario flanker, a regalargli la sua maglia numero 6, la stessa che campeggia ora alla clubhouse di Frascati. Pensate un attimo: la maglia del capitano degli All Blacks ceduta dopo uno scontro durissimo nel quale gli azzurri vendettero cara la pelle contro avversari visti quasi solo in qualche VHS. Non mi viene in mente nessun segno più significativo che possa raccontare l’estremo rispetto di un avversario quasi inavvicinabile, ma che per un pomeriggio ha tremato.
Bargelli gioca alcuni match in azzurro anche nel 1980 e nel 1981, poi si infortuna e la sua carriera prende un altro binario, diverso da quello della Nazionale, ma che fa ancora a tempo a passare per piazze storiche come Rovigo e Roma prima di appendere le scarpette al chiodo.Avesse giocato qualche anno in più in altre squadre più avvezze a giocare per lo scudetto (vedi Petrarca, l’Aquila o Treviso) forse Franco lo avremmo visto ancora ad alti livelli, ma il suo cuore è rimasto sempre attaccato a Frascati, club con grande tradizione sì, ma purtroppo sempre un po’ lontano dai vertici e quindi lontano dalla popolarità. Ma mai troppo lontano da un avversario per sferrare un placcaggio decisivo, e mai troppo lontano da un compagno per il possibile sostegno. E in fondo è questo quello che fa il vero uomo di fatica: si mette a disposizione del compagno e difende la sua area come fosse un santuario inviolabile nel quale il cammino allo straniero è vietato, anche se magari la ribalta non lo sfiorerà più manco per sogno. L’importante sarà aver buttato giù l’avversario col pallone e aspettare il prossimo che avrà il coraggio di passare di lì per insegnargli la cosiddetta creanza. Magari arriverà solo una pacca sulla spalla, ma andrà bene così. Grazie Franco.
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da loverthetop_86 » 6 giu 2012, 12:16

PERDERE SENZA SENTIRSI SCONFITTI.

Una delle cose che ho faticato a capire di più, quando ho iniziato a seguire il rugby, è il concetto di “attaccare la linea”. Mi spiego: con “attacco alla linea” io intendevo soprattutto (quasi esclusivamente) lo sfondamento da parte di qualche giocatore in cerca di gloria tra le maglie della difesa avversaria. Dopotutto da tanti anni uno dei miei miti che vanno oltre ai confini degli sport è Marco Pantani, uno che aveva fatto dello scatto un’opera d’arte, un segno di riconoscimento come gli schizzi di colore su una tela lo erano per Pollock. E allora, sintonizzandomi con la palla ovale, pensai che la cavalcata di John Kirwan contro l’Italia nel 1987 o lo show di Jonah Lomu contro l’Inghilterra nel 1995 fossero gli esempi massimi di questa finissima arte.Col tempo ho capito che attaccare la linea significa qualcosa di simile, ma implica un procedimento più complesso: attaccare la linea, per me, è un processo di crescita, di cambiamento e di voglia di confrontarsi con avversari e se stessi. E tutto questo non c’entra solo e necessariamente col rugby, ma questo lo vedremo poi.Ho imparato che l’attacco alla linea ha molte volte un protagonista principale inatteso forse al primo pensiero, il mediano d’apertura, un giocatore che in passato era chiamato ad avere “solo” una buona visione di gioco e un ottimo piede per distribuire il pallone ai compagni o per far diventare pazzi i trequarti avversari, costretti a correr dietro a un pallone ubriaco a molti metri di distanza. Il numero 10 moderno deve saper guadagnarsi lo spazio d’azione della sua linea di trequarti, e non solo a forza di calcioni e passaggi: a volte basta un passo, una corsa mezza abbozzata in più e il guadagno territoriale già c’è. Uno dei primi prototipi di apertura che attacca la linea è stato Mark Ella, australiano, negli anni ’80, ma oggi tantissimi sono i giocatori in grado di far la differenza con questo modo di interpretare il ruolo: Dan Carter, Matt Giteau, Felipe Contepomi, qualche anno fa Stephen Larkham.Ma per una volta mi piacerebbe andare oltre il rugby e dire che attaccare la linea non è solo un modo di vivere l’azione offensiva in questo meraviglioso sport, è anche un gran modo di affrontare la vita. Il rugby come una riproduzione della vita? Sì, in questo caso mi piace pensarla così. Perché la vita, con le sue difficoltà e il suo pararsi davanti a noi, è la rappresentazione perfetta delle difficoltà che ci troviamo davanti: difficoltà grosse come piloni d’altri tempi, altre piccole ma infide e cattive come solo certi mediani di mischia sono in grado di essere, gente comunque sempre pronta a prenderti e a ribaltarti senza possibilità di replica.In pochi secondi, con questa compagnia tutt’altro che raccomandabile davanti, bisogna decidere cosa fare. Le alternative sono varie: si potrebbe passare la palla dal posto al primo centro in modo da evitare il contatto, ma equivarrebbe ad arrendersi prima di iniziare con una aggravante in più: prima o poi dovrai affrontare i tuoi problemi senza altri compagni pronti a sacrificarsi, quindi si ritorna al punto iniziale. Altra soluzione potrebbe essere un bell’up and under, il che equivale a lanciare un ponte col futuro, una sorta di promessa di vincere la battaglia in un secondo momento che speri possa essere più propizio, ma quando ti accorgi che anche la palla potrebbe giocarti un tiro mancino capisci che anche questa tattica difficilmente potrà sempre avere frutti. E allora giù il crapone e via, come faceva De Wet Barry, centro sudafricano sul cui cocciuto attaccare dritto per dritto in tanti ironizzavano (in molti dicevano avrebbe potuto piantar chiodi con la testa), ma nemmeno questa tattica sembra impeccabile, visto che tutti soli addosso al muro si rischia di farsi male.E allora che fare contro questi problemi? Bisogna attaccarli, c’è poco da dire, poco da fare. Si prende la palla e si va, ma come diceva quel tale, “adelante con juicio”. In questo momento firmi un patto con te stesso: porti avanti la palla finché non costringerai il tuo avversario a cambiare la sua posizione quando ti vedrà affrontarlo e poi puoi provare quella che vuoi tra le scelte viste prima, che sia un bel calcione, un passaggio al tuo primo centro o una bella percussione con qualcuno dietro. Perché il primo passo per attaccare la linea è dimostrare di non temerla e di poterla affrontare al meglio delle tue possibilità, visto che ti renderai conto di avere le potenzialità per farcela, di poter dire la tua contro avversari che sembravano insormontabili. Poi il confronto lo puoi anche perdere, visto che la sconfitta la dovrai pur mettere in conto nel tuo cammino, fa parte delle regole del gioco. Ma aver attaccato al massimo qualcosa di difficile, anche se un placcaggio mostruoso ti ha stordito e ti ha impedito di andare avanti momentaneamente, è qualcosa che ti permetterà di non aver rimpianti e che, soprattutto, farà in modo che ci sia una prossima volta, un prossimo attacco in cui potrai dimostrare ai tuoi problemi, alle tue rogne, che non hai paura di avanzare, che la danza la puoi condurre tu senza subirla più di tanto. E’ questo forse il segreto del rugby, ma anche della vita: provare ad attaccare, menare le danze il più possibile e anche se ti arriva la botta più dura del mondo addosso rialzarsi, scrollarsi di dosso il fango dai calzoncini e ripartire. E ripartire ancora, finché avremo forza e orgoglio per farlo. In questo modo si potrà anche perdere, ma non si uscirà mai sconfitti.

http://www.rugbystories.it/storia/perde ... sconfitti/
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Ulisse Trevisin: 110 e lode. Chili di ignoranza. L'unico in grado di competere con la stazza degli avversari. Detto anche "chi ga vinto?" perchè a un certo punto verso metà secondo tempo, lui va in ansia ed inizia a chiedere:"chi ga vinto? chi ga vinto?". "Noi altri Trevisin ma gioca che non è finita." Vuole essere rassicurato sennò smette. È un incrocio tra un mulo alpino, un bue da tiro e un trattore Landini testa calda. Parti, lo metti in moto e ha questa velocità massima; ma ha una capacità di traino di 6 quintali di avversari vivi e resistenti. Dove passa Attila non cresce più erba, dove passa Trevisin se pol seminare basta che sia stagione!

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matisard15
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Re: Rugbystories: le storie del rugby

Messaggio da matisard15 » 26 dic 2018, 9:31

loverthetop_86 ha scritto:Altro piccolo assaggio..:)

Wilkinson, ciao alla Nazionale

Arriva il fischio finale, tutti sotto la doccia. No, non è finita una semplice partita
Ieri è finita quasi un’era nel rugby. Johnny Wilkinson ha detto basta rugby, perlomeno in Nazionale.
Ragazzi, è dura da dire e da accettare questa cosa. Per chi non ha seguito molto il rugby e non sa chi sia sir Johnny (forse qualcuno sperduto nel mondo c’è) faccio un esempio: io mi sono sentito come il giorno in cui Roberto Baggio appese le scarpette al chiodo dopo una partita a San Siro: svuotato di qualcosa di grande, consapevole che mancherà qualcosa di grosso nel mondo del rugby a partire da oggi.
“Annuncio il mio ritiro dal rugby internazionale. Lo faccio con grande dispiacere, ma so che sono stato veramente fortunato a vivere l’esperienza nella nazionale inglese di rugby – la dichiarazione commossa di Sir Wilko -. Non avrei mai creduto di essere capace di dire basta a questo sogno che mi ha fatto vivere, respirare, amare e abbracciare il gioco del rugby fin da quando ho memoria. Giocare, rappresentare la mia nazione, dare tutto me stesso e mai mollare ha significato tutto per me. Sono convinto di poter dare ancora molto al rugby, ma sono anche convinto che sia giunto il momento che lasci spazio ad altri nella squadra inglese, affinché si godano gli onori e le soddisfazioni che ho vissuto per 15 anni”.
Il suo modo di ritirarsi, a prima vista, colpisce. “Ma come”, diremmo in tanti, “così, dopo mesi dall’ultima partita?”. Si. Wilko avrebbe potuto, dall’alto della sua fama e del suo essere fenomeno, far organizzare un match tutto per sé, magari anche a scopo benefico, ma con l’obiettivo ulteriore di far vedere al mondo il suo passo d’addio alla Nazionale della Rosa forum rachat de crédit surendettement. E invece no, perché lo contraddistingue una umiltà fuori dal comune che lo ha spinto riflettere lontano dai riflettori sul suo futuro in bianco dopo lo sfortunato Mondiale australiano.
E qui può partire il ricordo di una apertura che ha bruciato le tappe: il debutto a 19 anni, un Mondiale conquistato a 24 anni da leader indiscusso della cosiddetta “Nazionale dei padri” (una delle più vecchie Nazionali inglesi che si ricordi) e 1246 punti segnati, di cui tutti ne ricordiamo 3 in particolare: quelli del drop del 2003 che ha portato la Webb Ellis Cup oltre Manica. Ma Johnny non è stato solo un gran calciatore, si sbaglia a ricordarlo solo come il kicker infallibile: attacca la linea come nessuno al mondo e placca come un indemoniato sebbene la spalla sia stato il suo avversario più ostico in carriera (quanti anni persi, quanto tempo in cliniche a curarsi!). Un esempio per tutti: il placcaggio mostruoso su Andrea Masi nell’ultima azione a Twickenham quest’anno, sul punteggio di 59-13. Un placcaggio durissimo, pericoloso per la sua spalla (non certo falloso), ma il sacrificio per la sua Nazionale ha prevalso sull’istinto di conservazione.
Ciao Wilko, ci godremo i tuoi ultimi anni col Tolone e sarai nel cuore di tanti. E sulle spalle di tutti quelli che indosseranno quel numero 10 (bel problema adesso per gli inglesi: Flood delude, Farrell al momento gioca centro e Ford addirittura non gioca..), una maglietta come tante ma con una bella carica di responsabilità in più d’ora in poi. Basti pensare a cosa disse Vittorio Munari un giorno:
“Se a Buckingham Palace vengono a sapere che Wilkinson ha un raffreddore mettono subito le bandiere a mezz’asta.”.
Ed è completo e altro ancora. In ogni caso, grazie per aver condiviso tutto questo con noi. È molto gentile da parte tua.

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